Il destino a volte è scritto

C'era un tempo in cui facevo tutt'altro. Facevo il giornalista, per l'esattezza. C'è stato un tempo, pure, in cui la mia attività ordinaria era quella di far comunicare la mia azienda (pubblica) con i dipendenti e con i cittadini.

Allo scopo di strutturare un corretto canale informativo tra direzione generale e strutture periferiche, avevo creato piccoli strumenti quali un trimestrale. La redazione era composta da professionisti dei vari settori. Ovvio motivo era quello di coinvolgere un piccolo pubblico, che a sua volta - a cascata - parlava con i colleghi, cercava informazioni, notizie. Il risultato era quello che era. In un giornale vero e proprio forse un articolo su dieci avrebbe trovato spazio. Aveva comunque una dignità eccelsa. Io lo facevo con tutto il cuore e con la passione professionale che potevo metterci. Poi, era sempre il megafono di una direzione aziendale, con i limiti che si possono immaginare. 

Per questo, mi ero inventato (con il contributo di un amico che lavorava nell'azienda) la rubrica "Unleashed Dog" (cane senza guinzaglio, scatenato). Uno spazio aperto, dove il cane senza guinzaglio diceva la sua sulle cose più diverse.

Ecco un articolo centrale per il senso di quello che sto dicendo.

"Parkinson.

Un nome che nel settore in cui si muove il mio padroncino dice tanto. Molto, anzi. Ogni tanto credo che sia afflitto dal suddetto morbo, visto che trema tutto. Ma poi lo sento bofonchiare tra sé e sé: «Devo smetterla di portare a bagnar alberi questo maledetto cane anche quando diluvia». E per un po', causa le mie funzioni fisiologiche, mi sento responsabile. Dieci secondi, mica tanto. Poi torno a scodinzolare, ad abbaiare e a emanare effluvi in totale libertà di spirito.

Tornando a Parkinson. Mi fanno sapere i colleghi cani che hanno studiato che c'è un omonimo: si tratta di Cyril Northcote Parkinson, maggiore dell'esercito, storico e scrittore al servizio di sua maestà britannica. Questo arguto signore aveva osservato che «[...] in una qualsiasi organizzazione burocratica, il tasso di crescita degli impiegati si attesta su un 5-7% annuo, indipendentemente da qualsiasi variazione nel lavoro da svolgere. Tali fenomeni dipendono strettamente da elementi intrinseci al modello burocratico, che tende a espandersi per perpetuare e aumentare il proprio potere, diluendo al contempo le responsabilità individuali [...]».

Questa affermazione, come bofonchia spesso il padroncino - che nella pubblica amministrazione si divincola - ben si attaglia anche al contesto moderno. Mi pare di capire, quindi, che da una parte il lavoro si informatizza, si velocizza, si efficientizza (mah!), dall'altra aumentano scartoffie, timbri e contro timbri, firme e conseguenti persone che portano in giro il materiale documentale. E insomma, se da un lato si taglia il personale per aumentare i profitti delle aziende, dall'altro accade sovente che le funzioni sovrabbondanti e inutili non decrescano affatto.

Un altro enunciato dell'eminente Cyril ricorda: «Il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo».

Miii! Sbarro gli occhioni, sbavo a tonnellate: è proprio vero! Quante volte mi è capitato di accompagnare il padroncino in giro per i corridoi e vedere riunioni fiume con decine di umani che si parlano addosso. Il risultato? Da quel che mi fanno sapere è pressoché nullo. Ovvio, no? Sbirciando nei libelli del boss, scopro un altro principio interessante, quello di Peter, che dice che in un'organizzazione «meritocratica» ognuno viene promosso fino al suo livello di incompetenza. Cioè se una persona sa fare bene una certa cosa, la si sposta a farne un'altra. Il processo continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che non sa fare - e lì rimane.

Ma questo me lo riservo per il prossimo appuntamento. Bau!".

Ecco, ora capite perché ho un altro lavoro.